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EUROPA: 8 marzo 2013 Stampa E-mail

8 marzo 2013

Nella giornata di oggi, 8 marzo, il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo riafferma il suo impegno nella lotta per i diritti delle donne in Europa e nel mondo. Il Gruppo S&D ha stabilito 5 priorità affinché la parità di genere diventi realtà.

Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D, ha sottolineato l’importanza dell’uguaglianza: “L’uguaglianza di genere è un principio fondamentale per i partiti, i movimenti e le politiche progressiste. Le donne costituiscono la metà del nostro mondo e la metà dell’Europa, ma ancora non abbiamo raggiunto la parità in termini di stipendi, accesso al lavoro e opportunità. Le cinque aree chiave dove concentreremo i nostri sforzi per combattere le disparità di genere sono: gap dello stipendio, povertà, disoccupazione, insicurezza lavorativa e violenza. Generazioni di donne e uomini coraggiosi hanno combattuto per l’uguaglianza e oggi dobbiamo raggiungerla”.

Corina Creţu, vicepresidente S&D e responsabile per la questione di genere, ha ribadito la gravità dell’impatto della crisi sulle donne: “Le donne in Europa e nel mondo hanno subito maggiormente l’impatto della crisi rispetto agli uomini. Le misure di austerità hanno amplificato ulteriormente questo fatto, risultando in una maggiore disoccupazione, più vulnerabilità e un aumento della violenza. Il gruppo S&D nella Commissione per i diritti delle donne sta lavorando su diversi rapporti che intendono trovare soluzioni concrete a questi problemi”.

Zita Gurmai, eurodeputata S&D e presidente delle Donne del PSE, ha aggiunto: “Troppo spesso le disparità di genere sono discusse solo nella Giornata internazionale della donna o quando accadono tragedie che coinvolgono le donne. Il gruppo S&D lavora affinché la parità di genere sia una priorità ogni giorno. La priorità fondamentale è quella di porre fine alle disuguaglianze nello stipendio. Non possiamo tollerare il fatto che lo stipendio delle donne sia del 16.2% inferiore rispetto a quello maschile alle stesse condizioni di lavoro. Questo risulta anche in disparità nelle pensioni, aumentando il rischio di povertà per le donne”.

Di seguito un’infografica sulle disparità tra uomini e donne in ambito lavorativo:

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EQUAL PAY DAY 2013 Stampa E-mail

Per eguagliare la somma percepita da un uomo nel 2012, una donna dovrebbe lavorare fino al 28 febbraio del 2013, ovvero 418 giorni di calendario. E' quanto emerge da un rapporto diffuso oggi dalla Commissione europea in occasione della terza 'Giornata europea della parita' retributiva', che si celebrerà domani 28 febbraio.

La data dell’European Equal Pay Day è scelta ogni anno intenzionalmente e marca il numero di giorni che una donna deve lavorare in più per raggiungere il medesimo salario percepito da un uomo alla fine dell’anno precedente. E quest’anno in totale sono 59 giorni. 59 giorni di troppo.

Un differenziale che si attesta intorno a una percentuale del 16,2%, in lieve ribasso rispetto agli anni precedenti quando registrava un divario pari al 17%. Questa disuguaglianza tra i due sessi nell'ambito del lavoro, secondo Bruxelles, può essere spiegata con l'impatto della crisi economica nei diversi settori, in particolare su quelli dominati in genere dalla presenza del sesso maschile, come l'universo delle costruzioni e dell'ingegneria. Per questo il miglioramento non è riconducibile ad un rilancio delle condizioni salariali per le donne.

"L'Equal Pay Day – ha commentato il vicepresidente Viviane Reding - ci ricorda le disparità delle condizioni salariali che le donne sono costrette ancora ad affrontare nel mercato del lavoro. Il divario salariale è diminuito negli ultimi anni, ma non c'è alcun motivo di festeggiare. Il ‘gap’ è ancora molto grande e gran parte del cambiamento è in realtà da ricondurre ad un declino delle entrate degli uomini piuttosto che un aumento degli stipendi per le donne".

Nell’ambito dell’Equal Pay Day si terrà a Bruxelles, il prossimo 21 marzo, il "Business Forum" nel corso del quale 150 aziende provenienti da tutta Europa scambieranno esperienze nella promozione della parità di genere, in particolare per affrontare le cause del divario retributivo tra i sessi.

 
PARI OPPORTUNITA' nella PA, pubblicato il dossier Stampa E-mail

C'è uno specifico ambito lavorativo in cui i congedi parentali li prendono più gli uomini che le donne. Va detto subito che si tratta di un settore ristretto - cioè la pubblica amministrazione centrale - ma il dato si fa comunque notare: tra 2010 e 2011 quasi tutti gli enti pubblici hanno avuto personale in congedo parentale, e in generale sono per lo più usati dalle donne, ma nel caso dell'amministrazione centrale gli uomini che ne hanno usufrito sono stati il 4%, contro il 2% delle dipendenti. Il dato emerge dal rapporto 2012 sull'applicazione delle misure per le pari opportunità nella pubblica amministrazione, frutto del monitoraggio realizzato dai dipartimenti per la Funzione pubblica e per le Pari opportunità della Presidenza del consiglio dei ministri. Altro dato che emerge dal rapporto: nel 2011 le modalità di svolgimento del lavoro sono rimaste pressoché invariate, e le forme flessibili come part-time o telelavoro hanno registrato percentuali molto simili all'anno precedente (rispettivamente il 5,6% e 0,14%), e sono state quasi sempre usate dalle donne. Immutata anche il gender pay gap a sfavore delle donne, con maggiore frequenza nelle retribuzioni massime. Non mancano, però, dati positivi: per  esempio in tema di bilancio di genere (in particolare, si segnala l’iniziativa dell’Università di Ferrara, che ha misurato gli effetti e le azioni sulla vita reale delle donne). A questo link si può scaricare il rapporto.

29/01/2013
 
Donne ai vertici aziendali: oggi al 15.8%, le quote rosa stimolano il cambiamento Stampa E-mail

Le quote rosa stimolano il cambiamento: sale al 15,8% la percentuale di donne ai vertici aziendali

Stando ai dati parziali pubblicati oggi dalla Commissione, la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società europee quotate in borsa è salita al 15,8%, contro il 13,7% di gennaio 2012: le amministratrici non esecutive sono in media il 17% (contro il 15% di gennaio 2012) e quelle esecutive il 10% (contro l'8,9%). L’aumento interessa tutti gli Stati membri dell’Unione, tranne Bulgaria, Polonia e Irlanda.

L’aumento di 2,2 punti percentuali rispetto a ottobre 2011 è il più significativo cambiamento su base annua fin qui rilevato. Il dato fa seguito alla proposta della Commissione, adottata il 14 novembre 2012, sull’equilibrio di genere nei CdA delle società quotate (IP/12/1205 e MEMO/12/860) che fissa come obiettivo una presenza femminile del 40% basata sul merito. Il dato riflette inoltre le discussioni ai vertici dell'Unione sulla necessità di norme che disciplinino la presenza di donne nei CdA.

I nuovi dati sono stati annunciati oggi al Forum economico mondiale di Davos dalla Vicepresidente Viviane Reding in una seduta pubblica sulle donne nel processo decisionale economico, in presenza di Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale.

"La pressione normativa funziona: provare per credere. Le aziende cominciano finalmente a capire che, per rimanere competitive in una società che invecchia, non possono fare a meno dei talenti femminili: il 60% dei laureati sono donne", ha dichiarato la Vicepresidente Viviane Reding, Commissaria europea per la Giustizia. “L'esempio di paesi come Belgio, Francia e Italia, dove le misure legislative introdotte di recente cominciano a dare i primi frutti, dimostra inequivocabilmente la validità di un intervento normativo limitato nel tempo. La proposta di direttiva che abbiamo presentato spingerà le imprese a sfruttare i talenti esistenti e permetterà di promuovere l’equilibrio di genere ai vertici delle aziende di tutto il mercato interno".

I paesi che hanno introdotto le quote rosa continuano a fare da traino. L’aumento più forte si registra infatti in Italia (+4,9% e uno score dell'11%) dove, in forza della nuova normativa, entro il 2015 le società quotate e a partecipazione pubblica dovranno assicurare una partecipazione femminile del 33% negli organi di gestione e vigilanza. Nel nostro paese la percentuale di amministratrici con incarichi non esecutivi e di donne top-manager ad ottobre 2012 era rispettivamente del 4% e del 13%. La Francia, che ha introdotto le quote rosa nel 2011, è diventata il primo paese dell’Unione ad avere più di una donna ai vertici delle principali società quotate; le donne nei consigli di amministrazione delle società CAC 40 sono attualmente il 25%, ovvero un aumento del 2,8% in soli 10 mesi (gennaio-ottobre 2012) e la quota introdotta per gli amministratori esecutivi e per quelli non esecutivi di società quotate e di grandi società non quotate (a partire da 500 dipendenti e con un utile superiore a 50 milioni di euro) è del 40% entro il 2017, con un obiettivo intermedio del 20% entro il 2014.

La Bulgaria è l'unico paese a registrare un calo sensibile (-4 punti percentuali), mentre la percentuale di donne nei CdA rimane invariata in Polonia e Irlanda (rispettivamente 12% e 9%).

I dati resi noti oggi sono promettenti ma resta molto da fare: non ci sono ancora donne ai vertici di un quarto delle più grandi imprese dell'UE (25%).

L’ultima relazione annuale della Commissione europea sulle donne nel processo decisionale economico è di marzo 2012 e la prossima relazione completa sarà pubblicata ad aprile 2013. I dati parziali di oggi, raccolti a ottobre 2012 e rapportati a quelli raccolti da gennaio 2012, sono consultabili online.

Contesto

Il 14 novembre 2012 la Commissione ha adottato una proposta di direttiva che fissa come obiettivo minimo una quota del 40% di amministratori non esecutivi del sesso sottorappresentato entro il 2020 per le società europee quotate ed entro il 2018 per quelle pubbliche (si veda IP/12/1205 e MEMO/12/860).

Principali elementi della proposta:

la direttiva impone alle società europee quotate in borsa con meno del 40% di donne nei consigli di vigilanza di introdurre una nuova procedura di selezione che dia priorità alle candidate che vantano le qualifiche necessarie;

la direttiva mette l'accento sulle qualifiche. Le candidate non ottengono il posto solo perché donne ma allo stesso tempo non possono essere scartate in quanto tali;

la direttiva si applica solo ai consigli di vigilanza o agli amministratori non esecutivi di imprese quotate in borsa, in virtù del loro peso economico e della loro alta visibilità, e non si applica alle piccole e medie imprese;

gli Stati membri dovranno stabilire sanzioni adeguate e dissuasive per le società che non rispettano la direttiva;

la misura è temporanea e scade automaticamente nel 2028;

la proposta prevede anche una "quota di flessibilità" come misura complementare: le società quotate in borsa dovranno fissare obiettivi di autoregolamentazione, da realizzare entro il 2020 (2018 per le imprese pubbliche), in modo da assicurare una rappresentanza di genere equilibrata tra gli amministratori esecutivi. Le imprese dovranno rendere conto ogni anno dei progressi compiuti.

Prossime tappe: perché diventi legge, il Parlamento europeo e gli Stati membri dell’Unione dovranno adottare, in sede di Consiglio, la direttiva proposta della Commissione. Il Parlamento europeo ha nominato correlatrici (relatori per parere) della proposta le deputate Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (commissione per i diritti della donna) e Evelyn Regner (commissione giuridica). Al Consiglio la proposta è stata discussa in prima battuta a dicembre (MEMO/12/940) e una seconda discussione sarà organizzata dalla Presidenza irlandese dell'Unione in occasione della riunione dei ministri responsabili per l’occupazione e gli affari sociali (Consiglio EPSCO) del 20 giugno 2013. Intanto il 15 gennaio la proposta di direttiva ha superato il controllo di sussidiarietà (43 sì e 11 no) nell’ambito del quale i parlamenti nazionali (2 voti per ciascun parlamento per un totale di 54 voti) formulano un parere sull’opportunità di regolare la questione a livello dell’UE piuttosto che in ambito nazionale.


Per ulteriori informazioni

Banca dati della Commissione europea “Women & men in decision making”: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-decision-making/database/index_en.htm

Cartella stampa Women on boards:

http://ec.europa.eu/justice/newsroom/gender-equality/news/121114_en.htm

Sondaggio Eurobarometro sulla parità di genere: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_376_en.pdf

Homepage di Viviane Reding, Vicepresidente e Commissaria europea per la Giustizia: http://ec.europa.eu/reding

La Vicepresidente su Twitter: @VivianeRedingEU

 
PREMIO NOBEL PER MALALA Stampa E-mail
Il 9 ottobre 2012 Malala Yousufzai, una ragazza pakistana di 15 anni, è stata gravemente ferita con un colpo alla testa sparato da un uomo talebano dentro al pullman scolastico in cui si trovava. Malala è stata attaccata per la sua battaglia contro la distruzione delle scuole per ragazze in Pakistan. Ha rischiato la sua vita per aver difeso i diritti delle ragazze in tutto il mondo.La storia e il coraggio di Malala hanno ispirato un movimento globale e siamo convinti che debba vincere il Nobel per la Pace per il coraggio dimostrato. Per prima cosa dobbiamo aiutare Malala affinchè venga nominata per il Premio Nobel per la Pace. Solo alcune persone, come ad esempio i Parlamentari, possono proporre le candidature. Per dimostrare che anche noi italiane e italiani sosteniamo l’incredibile lavoro di Malala, dobbiamo convincere tutti i leader dei partiti politici a sostenere insieme la candidatura di Malala per il Premio Nobel per la Pace.
Leggi tutto... [PREMIO NOBEL PER MALALA]
 
Donne ai vertici delle aziende: la Commissione Europea propone un obiettivo del 40% Stampa E-mail
Donne ai vertici delle aziende: la Commissione propone un obiettivo del 40%

La Commissione europea ha preso oggi un’iniziativa per infrangere il soffitto di cristallo che continua a ostacolare l’ascesa di donne di talento ai vertici delle principali imprese europee. La sua proposta legislativa mira a raggiungere un obiettivo del 40% del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori senza incarichi esecutivi nelle società quotate, tranne nelle piccole e medie imprese. Attualmente i consigli sono dominati da un unico genere: l’85% degli amministratori senza incarichi esecutivi e il 91,1% di quelli con incarichi esecutivi sono uomini, mentre alle donne restano, rispettivamente, il 15% e l’8,9%. Nonostante l’intenso dibattito pubblico e alcune iniziative volontarie a livello nazionale ed europeo, negli ultimi anni non si sono registrati cambiamenti significativi: dal 2003 il numero di donne negli organi direttivi delle aziende è aumentato in media appena dello 0,6% all’anno.

Per questo motivo la Commissione propone oggi un atto legislativo dell’UE diretto ad accelerare i progressi verso un maggiore equilibrio tra uomini e donne nei consigli delle società europee. Il testo è stato presentato congiuntamente dai Vicepresidenti Viviane Reding (Commissaria per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza), Antonio Tajani (industria e imprenditoria), Joaquín Almunia (concorrenza) e Olli Rehn (affari economici e monetari) e dai Commissari Michel Barnier (mercato interno e servizi) e Lázsló Andor (occupazione e affari sociali).

Con la proposta odierna la Commissione risponde agli inviti del Parlamento europeo, che ha chiesto a più riprese, a maggioranza assoluta, misure legislative sull’uguaglianza tra donne e uomini negli organi decisionali delle imprese, soprattutto nelle risoluzioni del 6 luglio 2011 e del 13 marzo 2012.

La direttiva proposta stabilisce un obiettivo del 40% di persone del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa. Le aziende che non presentano questa soglia del 40% tra gli amministratori non esecutivi saranno tenute a procedere alle nomine per tali posti sulla base di un’analisi comparativa delle qualifiche di ciascun candidato, applicando criteri chiari, univoci e formulati in modo neutro dal punto di vista del genere. A parità di qualifiche, si dovrà dare la priorità al sesso sotto-rappresentato. L’obiettivo di raggiungere almeno il 40% di esponenti del sesso sotto-rappresentato per gli incarichi non esecutivi dev’essere raggiunto entro il 2020, ma le imprese pubbliche, sulle quali gli Stati membri esercitano un’influenza dominante, avranno a disposizione due anni di meno, fino al 2018. La proposta dovrebbe applicarsi a circa 5 000 società quotate nell’Unione europea, mentre non si applicherà alle piccole e medie imprese (società con un organico inferiore a 250 dipendenti e un fatturato mondiale non superiore a 50 milioni di euro) né alle società non quotate.

 

José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Con la proposta odierna la Commissione europea risponde agli appelli pressanti del Parlamento europeo affinché l’Unione europea intervenga a favore della parità di genere negli organi decisionali delle imprese. Oggi chiediamo alle grandi imprese quotate in tutta Europa di dimostrare un impegno serio per la parità tra uomini e donne negli organi responsabili delle decisioni economiche. Su mia iniziativa la Commissione ha potenziato in modo significativo la presenza femminile tra i suoi membri, un terzo dei quali sono donne.”

 

La Vicepresidente Viviane Reding, Commissaria per la giustizia, ha aggiunto: “Da più di cinquant’anni l’Unione europea promuove con successo l’uguaglianza tra donne e uomini, ma in un solo settore non ha registrato alcun progresso: gli organi direttivi delle imprese. L’esempio di paesi come il Belgio, la Francia e l’Italia, che recentemente hanno adottato misure legislative e ora cominciano a constatare dei miglioramenti, dimostra con chiarezza che un intervento normativo limitato nel tempo può cambiare veramente la situazione. La proposta della Commissione farà in modo che nella procedura di selezione degli amministratori senza incarichi esecutivi sia data la preferenza alle candidate, purché siano sotto-rappresentate rispetto agli uomini ed ugualmente qualificate.”

“Sono grata ai numerosi membri del Parlamento europeo che non hanno mai smesso di combattere per questa causa e mi hanno fornito un aiuto prezioso per presentare la proposta.”

Lentezza dei progressi e azioni frammentate in 11 Stati membri

Nelle principali imprese europee soltanto un amministratore su 7 (il 13,7%) è donna. Il miglioramento rispetto all’11,8% registrato nel 2010 è troppo scarso: di questo passo, ci vorrebbero ancora circa 40 anni soltanto per avvicinarsi all’equilibrio di genere ai vertici delle aziende (entrambi i sessi rappresentati per almeno il 40%).

Di conseguenza, vari Stati membri hanno iniziato a introdurre diversi tipi di leggi per i consigli delle società. Undici Stati membri (Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Danimarca, Finlandia, Grecia, Austria e Slovenia) hanno adottato strumenti giuridici per promuovere la parità di genere negli organi direttivi delle imprese. In otto di questi paesi, la normativa adottata copre le imprese pubbliche (si veda la scheda informativa che presenta la situazione nei singoli paesi). Ma altri undici paesi dell’UE non hanno introdotto né misure di autoregolamentazione, né misure legislative. Questo approccio giuridicamente frammentato rischia di ostacolare il funzionamento del mercato interno europeo, in quanto la presenza di norme di diritto societario diverse e sanzioni diverse in caso di mancato rispetto dell’equilibrio di genere può creare complicazioni per le aziende ed esercitare un effetto deterrente sugli investimenti transfrontalieri. Ecco perché la proposta odierna cerca di fissare un quadro normativo a livello dell’UE per queste azioni positive.

Elementi principali della proposta:

La direttiva stabilisce un obiettivo minimo del 40% di persone del sesso sotto-rappresentato tra i membri senza incarichi esecutivi dei consigli delle società europee quotate, da raggiungere entro il 2020 o, per le imprese pubbliche quotate, entro il 2018.

La proposta comprende inoltre, come misura complementare, una “quota di flessibilità”, cioè l’obbligo per ogni società quotata in borsa di fissarsi obiettivi di autoregolamentazione da raggiungere entro il 2020 (o il 2018 nel caso di imprese pubbliche) per quanto riguarda la presenza di entrambi i sessi tra gli amministratori esecutivi. Le imprese dovranno riferire ogni anno sui progressi compiuti.

Le qualifiche e il merito rimarranno i requisiti fondamentali per lavorare in un consiglio. La direttiva stabilisce un’armonizzazione minima dei requisiti inerenti al governo societario: le decisioni di nomina dovranno basarsi su criteri obiettivi in materia di qualifiche. Saranno introdotte garanzie interne per escludere promozioni incondizionate e automatiche del sesso sotto-rappresentato. In linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea sull’azione positiva, a parità di qualifiche sarà accordata una preferenza a persone del sesso sotto-rappresentato, a meno che una valutazione obiettiva, che prenda in considerazione tutti i criteri relativi ai candidati, faccia propendere per un candidato dell’altro sesso. Gli Stati membri che hanno già in funzione un sistema efficace potranno mantenerlo purché sia altrettanto efficiente quanto il sistema proposto nel conseguire l’obiettivo di una presenza del 40% del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori senza incarichi esecutivi entro il 2020. Gli Stati membri restano inoltre liberi di introdurre misure che vadano al di là del sistema proposto.

Gli Stati membri dovranno stabilire sanzioni adeguate e dissuasive per le società che violeranno la direttiva.

Sussidiarietà e proporzionalità della proposta: l’obiettivo del 40% si applica alle società quotate, per la loro importanza economica e la loro elevata visibilità, e non alle piccole e medie imprese. Tale obiettivo riguarda soprattutto i posti di amministratore senza incarichi esecutivi. Secondo i principi di una migliore regolamentazione, la direttiva è una misura temporanea, destinata a scadere nel 2028.

 

La misura è diretta a introdurre rapidamente la parità tra donne e uomini negli organi direttivi delle aziende europee. Non sarà quindi più necessaria una volta conseguiti progressi in questo settore”, ha aggiunto la Vicepresidente Viviane Reding.

Contesto

La competenza dell’UE per legiferare in materia di uguaglianza di genere risale al 1957 (SPEECH/12/702). Già nel 1984 e nel 1996 il Consiglio ha formulato raccomandazioni sulla promozione di una partecipazione equilibrata di uomini e donne al processo decisionale. Il Parlamento europeo, da parte sua, ha chiesto in varie risoluzioni di introdurre quote giuridicamente vincolanti a livello dell’Unione.

Promuovere una maggiore parità nel processo decisionale è uno degli obiettivi della Carta delle donne (IP/10/237) lanciata dal Presidente Barroso e dalla Vicepresidente Reding nel marzo 2010. La Commissione ha seguito queste indicazioni adottando, nel settembre 2010, una strategia sulla parità di genere per il prossimo quinquennio (IP/10/1149 e MEMO/10/430).

Nel marzo 2012 una relazione della Commissione ha mostrato che, in tutta l’UE, i consigli delle società sono attualmente dominati da un solo genere. Si constatano inoltre forti differenze tra i paesi: la presenza femminile nei consigli, che raggiunge il 27% nelle maggiori aziende finlandesi e il 26% in quelle lettoni, non va oltre il 3% a Malta e il 4% a Cipro.

Nel 2011 l’equilibrio di genere negli organi di governo delle imprese europee ha registrato il miglior risultato degli ultimi anni (+ 1,9 punti percentuali da ottobre 2010 a gennaio 2012, contro un aumento di lungo periodo di 0,6 punti percentuali all’anno nell’ultimo decennio): un miglioramento che si può attribuire alle sollecitazioni della Commissione e del Parlamento europeo (MEMO/11/487) e a una serie di iniziative legislative degli Stati membri. Nell’insieme però il cambiamento va molto a rilento. Nelle principali società il numero di donne che presiedono i consigli è addirittura diminuito, passando dal 3,4% del 2010 al 3,2% del gennaio 2012.

I progressi tangibili costituiscono l’eccezione, non la regola, e sono visibili soltanto nei paesi che hanno adottato norme giuridicamente vincolanti per i consigli delle società. Più del 40% del cambiamento totale registrato a livello dell’UE tra ottobre 2010 e gennaio 2012 si deve alla Francia, che ha introdotto una quota obbligatoria nel gennaio 2011.

Nel marzo 2011, la Commissaria UE per la giustizia Viviane Reding ha lanciato una sfida alle società quotate in borsa in Europa, invitandole ad aumentare su base volontaria il numero di donne nei loro organi direttivi sottoscrivendo un “Impegno formale per più donne alla guida delle imprese europee” (MEMO/11/124), in base al quale le imprese interessate si sarebbero impegnate a elevare la componente femminile nei consigli al 30% entro il 2015 e al 40% entro il 2020. Un anno dopo, però, appena 24 società in tutta Europa avevano aderito all’iniziativa.

Per individuare le misure in grado di ridurre il divario di genere tuttora esistente ai vertici delle società europee, la Commissione ha avviato una consultazione pubblica (IP/12/213) e, in base alle numerose risposte ricevute, ha valutato le diverse opzioni strategiche per affrontare la situazione.

Sono sempre più numerosi gli studi che indicano come l’equilibrio di genere ai vertici aziendali possa migliorare le prestazioni finanziarie delle imprese. Una maggiore presenza femminile ai posti strategici può concorrere a un ambiente di lavoro più produttivo e innovativo, con effetti positivi sull’insieme delle prestazioni aziendali. Il motivo risiede soprattutto nella mentalità più diversificata e collettiva introdotta dalla presenza femminile, che apre prospettive più ampie e permette di prendere decisioni più equilibrate. Si aggiunga che le donne costituiscono il 60% dei neolaureati, ma soltanto poche di esse riescono a scalare le vette aziendali. Aprendo alle donne l’accesso a incarichi direttivi si fornirà loro un incentivo a entrare e rimanere sul mercato del lavoro, contribuendo così ad aumentare i tassi di occupazione femminile. Questo, a sua volta, contribuirà a raggiungere l’obiettivo della strategia Europa 2020 – la strategia dell’UE per la crescita –, di aumentare al 75% il tasso di occupazione di donne e uomini di età compresa tra 20 e 64 entro il 2020.

 

Per ulteriori informazioni

MEMO/12/795

Cartella stampa “Women on boards”:

http://ec.europa.eu/justice/newsroom/gender-equality/news/121114_en.htm

Inchiesta Eurobarometro sulla parità di genere:

http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_376_en.pdf

Schede informative sulla parità di genere:

Parità di genere nella Commissione europea

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/womenonboards/factsheet-general-4_en.pdf

Parità di genere negli Stati membri

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/womenonboards/factsheet-general-2_en.pdf

Base giuridica per un’iniziativa europea

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/womenonboards/factsheet-general-3_en.pdf

Motivazione economica di una legislazione sulla parità di genere

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/womenonboards/factsheet-general-1_en.pdf

Video sull’equilibrio di genere nei consigli delle società:

http://youtu.be/OTlP4Ek3WP8

Sito Internet di Viviane Reding, Vicepresidente e Commissaria europea per la Giustizia:

http://ec.europa.eu/reding

Banca dati della Commissione europea su uomini e donne nelle posizioni di responsabilità:

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-decision-making/database/index_en.htm

 
Donne e Democrazia: protagoniste della primavera araba, discriminate dopo i conflitti Stampa E-mail
Con la primavera araba e la caduta di alcuni regimi dittatoriali i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa si trovano alle prese con una difficile transizione verso la democrazia. Un processo che per avere successo passa attraverso il rispetto dei diritti delle donne. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo indica in quale modo la Ue possa favorire il rispetto della diversità di genere nei governi nascenti. Non è facile se teniamo conto che la presenza marginale delle donne nella politica e nella vita pubblica durante i regimi dittatoriali può tramutarsi in una totale esclusione nei governi di impronta islamica. Come attuare, dunque, il rispetto delle pari opportunità nei Paesi arabi dove la religione ha un ruolo predominante?
Le autrici dello studio, tutte accademiche tra cui spicca l’italiana Roberta Aluffi dell’Università di Torino, mettono in chiaro sin dalle prime pagine il grande paradosso: le donne sono agenti attivi dei processi rivoluzionari ma una volta che la rivoluzione è finita vengono messe ai margini ed escluse dal processo decisionale.
La democrazia trascina dunque con sé, nel contesto islamico, le grandi domande legate all’uguaglianza: per le donne e le minoranze etnico-religiose, che spesso sono discriminate. Ciò avviene perché democrazia significa soluzione del conflitto fra maggioranza e minoranza: non trattare nello stesso modo, sul piano giuridico e politico, maggioranza e minoranza, in qualunque contesto storico-culturale, significa impedire la realizzazione stessa della democrazia. Il ruolo dell’Unione Europea è quello di porre l’attenzione sul rispetto dei trattati internazionali che devono essere in qualche modo bilanciati con i precetti dell’Islam, ma anche di dare voce alle donne che hanno un’interpretazione femminista della religione musulmana. “Moltissime magrebine — si legge nello studio — si meritano di essere incoraggiate e ascoltate in Occidente e in altri Paesi della regione”. Oltre a questo sono raccomandate politiche per promuovere la consapevolezza dei diritti di genere tra le categorie professionali più coinvolte come gli avvocati, i funzionari governativi e i poliziotti. E ovviamente è necessaria una campagna di informazione tra i ragazzi e le ragazze sui diritti umani.
Un altro tema fondamentale è quello della violenza contro le cittadine dei Paesi della primavera araba. In tutta la regione si sono registrati stupri e atti di ostilità commessi dalle milizie, dai soldati, dalla polizia e talvolta anche dai dimostranti. Chi può dimenticare l’immagine della ragazza egiziana spogliata a forza da un soldato in piazza Tahrir e lasciata a terra coperta solo da un reggiseno blu? La giustizia transizionale dovrebbe occuparsi di questo tema, facendo passare il messaggio che la violenza di genere non è più accettabile né tollerabile. La Ue, dal canto suo, può «incoraggiare e monitorare ogni azione che dia supporto psicologico e aiuto alle vittime, oltre a provvedere a un regolare finanziamento di questo approccio»
Insomma, la parola d’ordine è cooperazione: cercare di capire l’Islam politico, incontrare la società civile, le Ong e le organizzazioni locali per instaurare un dialogo critico sul tema dell’uguaglianza di genere. E, come sempre, dare il buon esempio: cioè assicurarsi che le delegazioni dell’Unione Europea in visita nei Paesi in transizione siano composte anche da donne e siano in grado di sottolineare l’importanza del tema a tutti gli incontri di alto livello politico.
 
DA CORRIERE.IT, di Monica Ricci Sargentini - 16/10/2012
 
AMAP Palermo: annullato il CDA in quanto privo di rappresentanti di genere femminile Stampa E-mail
La vice capogruppo del PdL al consiglio comunale di Palermo, Stefania Munafò, attraverso la FIDELIS, Federazione Italiana Disoccupati e Lavoratori in Solidarietà Associazione, ha raggiunto un grande obiettivo in tema di pari opportunità. 

La federazione ha vinto il ricorso contro le nomine nel CDA dell’Amap, la società del capoluogo siciliano che gestisce il sistema idrico integrato. Una sentenza. depositata il 27 dicembre scorso, ha di fatto annullato il consiglio d’amministrazione della grande azienda palermitana in quanto privo di rappresentanti di genere femminile.

A livello nazionale la politica non da il giusto riconoscimento alle donne sotto certi punti di vista - ha dichiarato la consigliera comunale - Questo ricorso vinto è il primo in Italia riguardante il CDA e i revisori di conti, di fatto questo potrebbe diventare l’apripista per tutte le città italiane. Le pari opportunità vanno rispettate - continua Stefania Munafò che nei giorni scorsi si è vista approvare una sua mozione sulla prevenzione e la lotto all’omofobia - quindi io mi aspetto che lì dove ci siano donne competenti con dei giusti requisiti, che queste vengano considerate tanto quanto gli uomini e valutate rispetto ad un ruolo prestigioso come il consiglio d’amministrazione di un’azienda”.
 
Vodafone Italia premia le imprese femminili Stampa E-mail

Bando di Concorso che premia l’impresa sociale al femminile promosso da Fondazione Vodafone Italia in collaborazione con Donna Moderna

Fondazione Vodafone Italia, in collaborazione con Donna Moderna , intende promuovere iniziative di emancipazione e promozione delle donne nel mondo lavorativo con particolare attenzione alle situazioni di disagio e alle possibilità che le tecnologie offrono per lo sviluppo delle imprese sociali. SCADENZA 15 Gennaio 2011.

Obiettivi

Il Bando si propone di finanziare lo start up di progetti promossi a favore di donne nei seguenti ambiti:

  1. Progetti che favoriscano l’inserimento lavorativo di donne che hanno subito violenze o in situazione di disagio socio economico attraverso la creazione di iniziative imprenditoriali.
  2. Progetti in ambito web o delle telecomunicazioni che evidenzino il ruolo peculiare che le nuove professioni, nate con lo sviluppo dell’IT e del cellulare, possono avere per incentivare l’occupazione femminile (dando rilievo al valore aggiunto dell’impegno sociale ed imprenditoriale delle donne nella società dell’informazione, delle tecnologie e dei nuovi media);
  3. Progetti che favoriscano una migliore gestione delle esigenze lavorative e di vita familiare delle donne nella vita quotidiana (attività legate alla conciliazione familiare e al reinserimento lavorativo di una donna dopo l’avvenuta maternità)


Per ogni ambito verrà individuato un progetto vincitore a cui verrà attribuito un finanziamento a fondo perduto di 100.000 euro, in conformità ai budget presentati. La richiesta di contributo non può superare il 70% dell’investimento .

 

Beneficiari

Donne maggiorenni che intendano realizzare una attività che persegua finalità di solidarietà o utilità sociale, residenti in Italia  maniera stabile.

Per le domande relative ai progetti in ambito web e telecomunicazioni  tutte le donne in età non superiore ai 30 anni. E’ necessario presentare un progetto a partecipazione unicamente femminile, sia nella composizione dei proponenti di progetto (direttivo e/o soci) che in quella dei dipendenti e/o collaboratrici. Le domande possono essere presentate anche se l’ente per la realizzazione del progetto non e’ ancora costituito o se l’ente e’ già esistente.

Per maggiori informazioni e per scaricare la domanda  collegarsi al sito https://fondazione.vodafone.it/progettodonnelavoro/

 

 
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