Osservatorio di genere


RUANDA, DOVE COMANDANO LE DONNE Stampa E-mail
Sono donne il sindaco di Kigali, il presidente del Parlamento e il capo della polizia

Rose Mukantabana presiede l’unico parlamento al mondo a maggioranza femminile. «Nella nostra cultura la sottomissione femminile ha sempre avuto un che di sacro. Un famoso proverbio ruandese dice che la sventura si abbatte sulla casa dell’uomo che lascia l’ultima parola alla donna». Sorride, la presidente. Può prendere fiato perché ne ha fatta di strada. In quindici anni il Ruanda è passato dai proverbi ai record mondiali, dalle tradizioni che vietavano alle donne la proprietà della terra, delle vacche, della casa, anche di un semplice conto in banca, alle leggi che impongono il 30 per cento di rappresentanza femminile in ogni organismo pubblico, dai ministeri alle università, dai tribunali agli ospedali. Poteva sembrare una forzatura, si è rivelato un trampolino di lancio: alle ultime elezioni politiche le donne ruandesi hanno stracciato la barra conquistando 45 seggi su 80, ovvero il 56 per cento della rappresentanza.

Sono donne le ministre dell’Economia, degli Esteri, delle Infrastrutture. È donna la presidente della Corte suprema, la responsabile dell’Agenzia delle entrate, la capa della polizia Mary Gahonzire che con una bella risata ci dice che crede di «non avere colleghe in nessun’altra parte del mondo». Viene voglia di cercare il trucco. O almeno di chiedersi come sia stato possibile: «La verità è che bisogna osare» dice Rose Mukantabana. «Ci vuole la volontà delle donne, e la volontà politica di metterle alla prova». Parole sante. Avrebbe potuto dircele una femminista scandinava. La presidente ruandese aggiunge che «il genocidio ci ha cambiate. Abbiamo dovuto assumerci responsabilità enormi, e lavorare il doppio e il triplo per uomini che non c’erano più». Dal suo ufficio di primadonna del parlamento più femminile del mondo Rose Mukantabana si gode l’ombra dei banani e la vista di una città tranquilla, pulita, sicura. Kigali è ancora il centro di uno dei paesi più poveri del mondo, sta diventando uno dei luoghi dove immaginare l’Africa di domani.

È un popolo intero che scappa dalla sua storia. Nel memorial di Gisozi, alla periferia della capitale, un pannello ricorda che nel ’94 «le Ruanda était mort». Come sopravvivere a un milione di vittime, due milioni di persone in fuga, trecentomila orfani, almeno mezzo milione di donne violentate e traumatizzate? Il paese se lo chiede ogni seconda settimana di aprile, quando tutti trattengono il fiato, ascoltano musica classica e rivivono quell’orrore che ha segnato ogni famiglia ma sembra non avere lasciato tracce nel corpo sociale. Perché il Ruanda oggi è vivo, sta sconfiggendo l’Aids, la malaria, l’analfabetismo, e punta gli occhi al 2020 quando il presidente Paul Kagame - che governa il paese imponendo il suo partito, la coesione sociale e la parità uomo-donna - ha promesso che la povertà sarà solo un ricordo. Guarda avanti anche Juliette Curira, volitiva cinquantenne che incontriamo nel villaggio di Nyamata, a una trentina di chilometri da Kigali e a poche centinaia di metri dalla chiesa simbolo dello sterminio del ’94. Juliette guarda avanti perché in Ruanda le donne hanno scoperto un altro mondo. In un inglese che non lascia spazio a equivoci dice: «Una volta eravamo buone solo per produrre figli. Oggi andiamo in banca, chiediamo prestiti, avviamo attività». Lei ha un banchetto di vestiti usati, anzi due: «Ma ora torno in banca perché gli affari vanno bene e ho bisogno di soldi per aprirne un terzo». Qui a Nyamata, nella provincia profonda di un paese che le statistiche Onu accreditano di un reddito pro capite di 94 centesimi di dollaro al giorno. Ma che ne sanno le statistiche di Joan Asiimwe? E di Rose Batengerwa? Le due signore di Nyamata - quattro figli la prima, tre la seconda - hanno approfittato dei fondi di garanzia del governo per aprire la Sisters Confectionary e andare con le loro torte caramellate alla conquista delle feste di paese: «Negli ultimi dieci anni per noi donne è cambiato tutto » assicura Rose. «Oggi se il tuo uomo prova a darti uno schiaffo puoi rivolgerti alle rappresentanti delle donne del villaggio che lo chiamano, gli fanno una ramanzina e da quel momento controllano attentamente che la cosa non si ripeta più».

Sorride appena Rose Batengerwa: si sente una businesswoman, non ha tempo da perdere, in cucina la aspettano i dolci, a Kigali è già stagione di matrimoni. Ci lascia a Joan, che con un credito di due milioni di franchi ruandesi (poco meno di tremila euro), oltre alla compagnia delle torte ha aperto una cartoleria nell’austero shopping mall di questo villaggio africano: «Ormai non si torna più indietro. Pensi che a Nyamata quasi il 60 per cento delle donne ha rapporti d’affari con una delle cinque banche del paese. Ma venga, le faccio conoscere la nostra leader». Andiamo al mercato e, mentre cerchiamo la numero uno, incontriamo una signora con un sacco di farina di kassava, una montagna di pesci da frittura, quattro pomodori, un cespo di insalata: è andata in banca anche lei, ha preso in prestito cento euro, anche lei frequenta le assemblee mensili in cui le donne di Nyamata fanno il punto su fatturato, congiuntura e mercato. Per le statistiche quasi non esistono, ma loro si sentono imprenditrici a tutti gli effetti, sperano in tassi di interesse più bassi e lavorano per i figli e le figlie «che studieranno e diventeranno parlamentari, ministre, addirittura dottoresse». Ne è convinta anche Chantall Nyiraneza, la leader del Consiglio delle donne del villaggio che ha 32 anni, un metro e ottanta di energia, e nel 2006 con quaranta euro di credito ha aperto un piccolo spaccio che è già diventato un ristorante affollato: «Per mia madre c’erano solo i figli, il fuoco e la zappa. Per me no: ormai ho il mio lavoro e le mie figlie faranno tutte le scuole che io non ho potuto fare». Una vera leader. L’avesse a portata di mano, batterebbe un pugno sul tavolo. «Scusi Chantall, posso chiederle se era qui a Nyamata al tempo del genocidio?». Non potevo: si ferma, cerca gli occhi dell’amica, annaspa, si affloscia, riesce solo a dire che stava per entrare nella chiesa della morte, non sa come ma si ritrovò viva nel bosco. La leader torna ragazzina, e con il suo improvviso smarrimento svela quanta strada è stata fatta in questi quindici anni. È un attimo ma ci aiuta a capire: mai dimenticare che siamo in un paese di sopravvissuti.

Il Ruanda è una democrazia sui generis: Reporters sans frontieres lamenta le intimidazioni alla stampa, alle ultime elezioni il Fronte patriottico ruandese ha avuto il 78 per cento dei voti con un’affluenza del 98 per cento degli aventi diritto. Ma in attesa della libertà vera in sei anni i sieropositivi sono passati dal 13 al 3 per cento della popolazione, la malaria dal 9 al 3 per cento delle cause di morte, la scolarizzazione è salita dal 74 all’86 per cento dei bambini. Merito delle donne? «Se non si fosse puntato su di noi, dopo il genocidio il paese si sarebbe semplicemente fermato» ci dice Oda Gasinzigwa, da un paio di mesi Chief Gender Monitor, ovvero il segugio governativo incaricato di rilevare ogni traccia di discriminazione di genere. La pensa così anche Aisa Kirabo Kacyira che era veterinaria, è stata parlamentare e ora è sindaco di questa capitale africana tanto ordinata da deludere ogni velleità d’avventura: «La famiglia è una società e le madri sono leader per definizione. Il merito della nostra dirigenza politica è stato di darci l’opportunità di dimostrarlo ». Abbattere gli steccati tra tutsi e hutu, sciogliere le disparità tra uomo e donna: la seconda vita del Rwanda scampato alla morte riparte da qui. Ma è stato più difficile abbattere pregiudizi di etnia o diffidenze di genere? «Che discorsi» si fa seria Rose Mukantabana. «Le donne erano sottomesse da sempre, l’odio etnico è stata un’invenzione di colonialisti e criminali. A hutu o tutsi la nostra cultura non ha mai dedicato proverbi cattivi».

Da "IO DONNA" - 6 marzo 2009

 
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