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Arcidonna News Donne e Democrazia: protagoniste della primavera araba, discriminate dopo i conflitti
Donne e Democrazia: protagoniste della primavera araba, discriminate dopo i conflitti Stampa E-mail
Con la primavera araba e la caduta di alcuni regimi dittatoriali i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa si trovano alle prese con una difficile transizione verso la democrazia. Un processo che per avere successo passa attraverso il rispetto dei diritti delle donne. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo indica in quale modo la Ue possa favorire il rispetto della diversità di genere nei governi nascenti. Non è facile se teniamo conto che la presenza marginale delle donne nella politica e nella vita pubblica durante i regimi dittatoriali può tramutarsi in una totale esclusione nei governi di impronta islamica. Come attuare, dunque, il rispetto delle pari opportunità nei Paesi arabi dove la religione ha un ruolo predominante?
Le autrici dello studio, tutte accademiche tra cui spicca l’italiana Roberta Aluffi dell’Università di Torino, mettono in chiaro sin dalle prime pagine il grande paradosso: le donne sono agenti attivi dei processi rivoluzionari ma una volta che la rivoluzione è finita vengono messe ai margini ed escluse dal processo decisionale.
La democrazia trascina dunque con sé, nel contesto islamico, le grandi domande legate all’uguaglianza: per le donne e le minoranze etnico-religiose, che spesso sono discriminate. Ciò avviene perché democrazia significa soluzione del conflitto fra maggioranza e minoranza: non trattare nello stesso modo, sul piano giuridico e politico, maggioranza e minoranza, in qualunque contesto storico-culturale, significa impedire la realizzazione stessa della democrazia. Il ruolo dell’Unione Europea è quello di porre l’attenzione sul rispetto dei trattati internazionali che devono essere in qualche modo bilanciati con i precetti dell’Islam, ma anche di dare voce alle donne che hanno un’interpretazione femminista della religione musulmana. “Moltissime magrebine — si legge nello studio — si meritano di essere incoraggiate e ascoltate in Occidente e in altri Paesi della regione”. Oltre a questo sono raccomandate politiche per promuovere la consapevolezza dei diritti di genere tra le categorie professionali più coinvolte come gli avvocati, i funzionari governativi e i poliziotti. E ovviamente è necessaria una campagna di informazione tra i ragazzi e le ragazze sui diritti umani.
Un altro tema fondamentale è quello della violenza contro le cittadine dei Paesi della primavera araba. In tutta la regione si sono registrati stupri e atti di ostilità commessi dalle milizie, dai soldati, dalla polizia e talvolta anche dai dimostranti. Chi può dimenticare l’immagine della ragazza egiziana spogliata a forza da un soldato in piazza Tahrir e lasciata a terra coperta solo da un reggiseno blu? La giustizia transizionale dovrebbe occuparsi di questo tema, facendo passare il messaggio che la violenza di genere non è più accettabile né tollerabile. La Ue, dal canto suo, può «incoraggiare e monitorare ogni azione che dia supporto psicologico e aiuto alle vittime, oltre a provvedere a un regolare finanziamento di questo approccio»
Insomma, la parola d’ordine è cooperazione: cercare di capire l’Islam politico, incontrare la società civile, le Ong e le organizzazioni locali per instaurare un dialogo critico sul tema dell’uguaglianza di genere. E, come sempre, dare il buon esempio: cioè assicurarsi che le delegazioni dell’Unione Europea in visita nei Paesi in transizione siano composte anche da donne e siano in grado di sottolineare l’importanza del tema a tutti gli incontri di alto livello politico.
 
DA CORRIERE.IT, di Monica Ricci Sargentini - 16/10/2012
 
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