Osservatorio di genere


Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere: Report ISTAT, Sud Italia ancora arretrato Stampa E-mail
Gli stereotipi sono duri a morire, si dice. Ma non è sempre vero, se, come dice l’Istat, alcuni clichè sui tradizionali ruoli maschili e femminili sono stati superati perfino nel nostro Paese, storicamente lento ad avanzare nelle questioni di genere. C’è dunque, tra gli italiani, una maggiore apertura a una divisione più simmetrica dei ruoli in famiglia, a un maggiore investimento sui figli da parte degli uomini, all’ingresso delle donne nei luoghi decisionali. Peccato, però, che le donne debbano ancora fare più rinunce dei loro partner, sul lavoro, per motivi familiari. E che al Sud la situazione rimanga decisamente più arretrata che nel resto del Paese. L’Istat ha presentato oggi un report su «Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere», alla presenza del viceministro del Lavoro (con delega alle pari opportunità), Maria Cecilia Guerra. Un’indagine realizzata intervistando donne e uomini per capire la loro percezione su questi temi. È risultato che per la maggioranza (57,7%) la situazione degli uomini in Italia è migliore di quella delle donne: lo pensano le donne (64,6%) più degli uomini (50,5%). Per quattro persone su dieci (43,7%) la donna è vittima di discriminazioni rispetto agli uomini e anche in questo caso a pensarlo sono più le donne (49,4%). Ma, sorpresa, la maggioranza di esse pensa che le donne siano poco o per niente discriminate. Passi avanti si evincono dal fatto che il 77,5% della popolazione non è d’accordo nel ritenere che l’uomo debba prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia; inoltre, la grande maggioranza si dice poco o per niente d’accordo con le affermazioni «gli uomini sono dirigenti migliori delle donne» e «gli uomini sono leader politici migliori delle donne» (80,3% e 79,9%).
Ancora, il 67,7% ritiene che «per una donna le responsabilità familiari siano un ostacolo nell’accesso a posizione di dirigente»; per l’89,2% «gli uomini dovrebbero partecipare di più alla cura e all’educazione dei propri figli»; l’87,7% sostiene che «in una coppia in cui entrambi i partner lavorano a tempo pieno, le faccende domestiche dovrebbero essere divise in modo uguale». Nonostante tutto ciò, però, la metà della popolazione (49,7%) ritiene che «gli uomini siano meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche», mentre il 76% delle persone in coppia considera la divisione del lavoro domestico giusta per entrambi i partner. Gli stereotipi di genere sono meno diffusi tra i giovani, tra le persone con titolo di studio più elevato e tra i residenti nelle regioni del Centro-Nord: ad esempio, l’affermazione «è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia» trova d’accordo il 43,3% degli under 34 contro il 66,9% dei più anziani. Venendo alle rinunce: il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ne ha dovuto fare qualcuna in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o semplicemente per volere dei propri familiari. «Ci troviamo – ha detto Linda Laura Sabbadini, direttore del Dipartimento delle statistiche sociali dell’Istat – in una sorta di fase transitoria in cui si sono fatti passi avanti ma persistono vecchi modelli. Siamo a metà strada, insomma, tra il vecchio modello dell’uomo che porta il pane a casa e un nuovo modello, e di fatto oggi lei lavora ma è lui a mantenere prioritariamente la famiglie e lui aiuta in casa ma è lei ad avere la responsabilità prioritaria della cura». Insomma, come dice Guerra, «sotto la superficie la discriminazione e lo stereotipo riemergono, complice anche la crisi economica che ha riportato indietro».
 
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